Illustration by Andrea D’Angelo – All Rights Reserved
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11 Giugno 2025
I
niziare un romanzo è sempre macchinoso. Sì, anche se si pianifica. Iniziarne uno che fa parte di una saga composta da romanzi autoconclusivi, che il lettore può e potrà leggere nell’ordine che preferisce, ma che nel contempo sono tutti intrecciati tra loro… be’, è macchinosamente peggio.
Insomma, che fatica ingranare!
Ho ingranato, però. Anche il terzo capitolo si sta rivelando piuttosto complesso. Devo dosare le nozioni, “ripetere” informazioni già date ne Il giorno dopo, ma con la ferma intenzione di farlo in modo diverso – con altre parole, da un’altra prospettiva, in contesti diversi e quindi, alla fin fine, ripetendomi con stile, perfino con eleganza a tratti! Ha!
A questa difficoltà, in alcuni momenti davvero frustrante, si devono aggiungere le normali difficoltà dovute al fatto che La Guerra dei Venti è un nuovo romanzo e io sono soltanto all’inizio del lavoro. Ergo, navigo a vista, ancora. Non lo sento bene, come sentirei il timone di una barca con cui avessi navigato per anni.
In primo luogo, non conosco i personaggi. So chi sono, ma non li conosco. È un po’ come quando tu conosci qualcuno di vista e tutt’al più sei venuto a sapere qualche fatto sul suo conto. Ho deciso soltanto vagamente qual è il loro aspetto e quale la loro psicologia, ma non li ho ancora animati, visti in azione, ascoltati mentre dialogano. Non abbiamo alcun vissuto in comune.
Questa vuoto conoscitivo comporta dei passi falsi. Ogni tanto dicono e fanno cose che non vanno bene, che non rientrano nella parte.
Ce n’è uno, in particolare, che dovrebbe essere un tipo spietato. Ci sta che non sia spietato anche a parole, ogni singolo secondo della sua esistenza, ma a un certo punto l’ho fatto agire in modo talmente spassoso che ne ho alterato l’essenza.
Taglia. Riscrivi. E da lì, sempre camminando per boschi, m’è venuto in mente che una soluzione per donargli coerenza senza perdere la possibilità di renderlo a tratti meno odioso, cosa auspicabile, esiste: è bipolare. La sua storia è precisa; ne conosco i traumi – a grandi linee, eh! – ovvero le cause della sua bipolarità, a cui non avevo ancora pensato, fino a ieri. Il disturbo è una logica conseguenza. Non avevo ancora recapitato la diagnosi.
In secondo luogo, diretta conseguenza della prima difficoltà, ciò che soffre sono le dinamiche. I miei romanzi sono romanzi di personaggi. Curo con grande attenzione l’ambientazione, la trama, ma sono i personaggi che fanno la storia. E le dinamiche sono scintille primigenie che fanno il romanzo nel solco della trama “prestabilita” – virgolette, perché il canovaccio nel mio caso cambia talmente tanto durante la prima e seconda stesura che non mi piace passarti l’idea di qualcosa di rigido.
Cosa significa che lo “fanno nel solco della trama”? Che ciò che accade è frutto delle dinamiche. I miei dialoghi non sono mai calcolati. Li scrivo di getto e molto spesso finiscono così come sono nati nella versione finale – salvo per le parti indirette. Il modo in cui interagiscono i personaggi crea la scena. Sono la parte attiva del romanzo. È come se io fossi Dio e loro i miei Angeli. Mi spiego?
Agiscono. E agiscono coerentemente con chi loro sono.
Il problema, a inizio prima stesura, è che non so per davvero chi siano. Il resto è conseguenza. Complicato.
Tuttavia ieri, finalmente, sono riuscito a sbloccare l’ennesima scena che mi teneva fermo, inchiodato in un luogo buio e pericoloso. Il problema era che l’affrontavo in modo troppo statico e, di conseguenza, era anche troppo vuota.
Senza poterti raccontare ciò che sto scrivendo è difficile farti capire cosa io intenda. Ti dico solo che nel momento in cui ho compreso quale dinamica avesse senso applicare non soltanto a questa scena, ma anche alle precedenti, il capitolo ha cominciato a fluire.
Cosa fanno un bipolare, un sottoposto fedele e uno squilibrato nello stesso posto, mentre aspettano per giorni che accada qualcosa? Parlano, ma questo lo sapevo già. Di cosa e come era il punto. Fatto. E ora, fatto quello, la dinamica è emersa, dando un senso compiuto all’intero capitolo.
Vado a scrivere l’ultima scena, che sarà facile da scrivere, ora che ho una dinamica.
Caro Andrea, mia curiosità scimmiesca è cosa resta sul tavolo di lavoro di uno scrittore quando il romanzo è chiuso, finito. Che ne è di tutto questo materiale, appunti, riscritture, post-it, ecc. Tutto in uno scatolone e via in archivio, o una bella ripulita che alleggerisce anche mentalmente? Vabbè, ma tu mi dirai che hai tutto su hard disk ;)
Ciao, James.
Grande James, che ti sei bruciato gli occhi e hai perfino deciso di commentare!
Risposta semplice: quando un romanzo è finito e va in stampa, ci si dimentica del materiale. In linea di massima. Banalità: non può essere così se il romanzo fa parte di una saga i cui romanzi sono intrecciati tra loro e la saga non è ancora finita.
Risposta verbosa: la carta, oggi giorno, è veramente una cosa obsoleta, specie se si parla di prendere appunti, riscrivere. Cosa vuoi che faccia, come faceva Lovecraft? Che scriveva a mano e poi si faceva battere a macchina il testo con le correzioni da qualcun altro, pagandolo? Non ha veramente senso. Inoltre io faccio proprio tutto da solo, quindi sono un caso veramente a parte.
Sia chiaro: capisco perfettamente chiunque ami scrivere a mano su carta. Quella lentezza e fisicità hanno i loro vantaggi. Ma gli appunti, le note, le revisioni… ci sono dei vantaggi enormi facendolo digitalmente. Il tempo è la moneta più preziosa che abbiamo, James.
Personalmente, uso Scrivener. Questo significa che tutto è nello stesso posto. Quando apro il file della mia saga, per capirsi, ho tutti i romanzi, tutti gli appunti, tutte le ricerche, tutte le versioni di ogni testo (esiste questa cosa misteriosa chiamata “snapshot”, ad esempio: è un’istantanea del testo nel momento in cui la crei. È un testo a tutti gli effetti, che viene copiato a parte e che puoi, successivamente, riutilizzare e perfino comparare con quello attuale a cui stai lavorando).
Ti faccio l’esempio delle note, per parlarti dei vantaggi di utilizzare un mezzo digitale, nella fattispecie Scrivener. Scrivener ti permette di creare diverse tipologie di note: ci sono quelle nel testo, quella a piè di pagina, quelle a fine capitolo, a fine romanzo. Puoi visualizzarle come evidenziazioni, sottolineature, cambiare soltanto il colore del testo e poter così continuare ad averne una versione “pulita” di fronte, eccetera. Ci sono quelle che chiama “commenti”, che sono note a latere. Fai click su una di quelle note, Scrivener ti porta nel punto esatto del testo. Puoi cercare tra le note, puoi formattarle, spostarle, colorarle… E ti sto parlando soltanto delle note: sono sicuro che capisci l’antifona.
Ho altri file in cui c’è soltanto il singolo romanzo, naturalmente, quando è un’opera a sé stante. E in quei casi, ma chi li ha più guardati quegli appunti?
Ciò non toglie che io faccia costantemente un backup di tutto ciò che ho scritto in tre luoghi differenti. Non posso tollerare l’idea di perdere anche una sola riga di ciò che ho scritto, per insignificante che sia. Il che comporta anche che, se un giorno avessi la necessità di cercare qualcosa, di rileggere, avrei tutto a portata di mano in pochi secondi.
Concludo così: l’unico modo per alleggerire la mente è scrivere al proprio meglio e poi pubblicare. Non è necessario mettere alcuna cosa fisica in soffitta o nello scantinato. Immagino ci sia chi funziona con lo scatolone. Niente di male, ma è una forma mentis, un trucchetto che inganna la mente. Nulla è lontano, se non fai tuo il concetto di “passato”. Se lo fai tuo, è sufficiente considerare il testo… finito e libero di andare per il mondo con le proprie zampette.
>>Grande James, che ti sei bruciato gli occhi e hai perfino deciso di commentare!
:)) ho deciso che per te farò uno sforzo :))
Be’, sì, lungi da me anche solo l’idea che potessi scrivere ancora oggi a mano :)
(fra l’altro, bello questo Scrivener, non lo conoscevo ma ho appena dato un’occhiata; in effetti ci vuole un organizer per uno scrittore, ho sempre pensato servisse, quindi mi fa piacere scoprire che esiste davvero!)
più che altro mi riferivo al materiale a latere: immagino appuntini fugaci su supporti improvvisati mentre sei in giro, idee abbozzate mentre sei tra boschi, i famosi post-it che ti citavo, ecc. Avevo letto di autori che ne accumulano tante di queste “pezze d’appoggio”, poi per bene le piazzano sul piano della scrivania e iniziano a intessere la “tela”: questo viene prima, quello viene dopo, quest’altro è da buttare, qui manca qualcosa, ecc. ecc.
Cmq non prenderti la briga di rispondere a queste mie sciocchezze, hai cose ben più importanti da fare!!! ;) ;) ;)
Ma figurati! (Più che altro devo controllare perché WordPress non mi avvisa che ci sono commenti, cazzarola!)
Ora ho capito.
Per le cose che hai citato ora, io vado anche in digitale, per il semplice fatto che è insostituibile oggi giorno anche in questo. Uso “Day One”, una app di journaling (diario) che mi permette di averla sempre con me, si sincronizza quasi all’istante con tutti i dispositivi (è davvero il software più rapido di tutti in questo) e in cui io prendo appunti sotto forma di scritti, foto, audio e video. Se voglio, mi trascrive pure gli audio. Più di così!
ah interessante anche questo Day One, me lo devo fare anch’io! Non sono uno scrittore ma sono uno che pensa molto, e che soprattutto pensa quasi esclusivamente camminando (o dormendo… lo so, sono strano :) ).
Non posso che concordare sulla difficoltà dell’iniziare e sul conoscere i personaggi man mano che si procede con la storia: sono capaci di sorprenderti, mostrandosi diversamente da quelli che tu ti eri immaginato all’inizio.