La prima stesura non è mai un processo lineare

Soltanto tende all’epilogo, mentre lo scrittore si ferma, torna indietro, rilegge, cambia, aggiunge, sposta, salta un po’ più avanti, torna all’inizio, per un po’ riprende ad avanzare da dove è arrivato, poi si ricorda di un’altra cosa…

Illustration by Andrea D’Angelo – All Rights Reserved

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17 Luglio 2025

C ome da sottotitolo: soltanto tende al finale. È una tendenza, quella degli scrittori, il puntare all’epilogo. È una missione, una sorta di tensione interiore. E più passa il tempo, più aumenta, come una corda elastica di quelle che si usavano una volta per assicurare i bagagli sul portapacchi delle macchine.

Ho sbloccato un ricordo. Qual è il premio? Il ricordo stesso. Già.

L’immagine di me che tendevo una di quelle corde elastiche con i ganci alle estremità m’è tornata in mente, sì. Del resto ho 53 anni. Ho ricordi di cose di cui molti dei lettori di fantasy del presente non sospettano nemmeno l’esistenza. E nel contempo, quasi che fosse un bonus, conosco il presente, che leggo con una certa esperienza, pure.

È uno dei vantaggi che ha uno scrittore, cioè qualcuno che per propria natura osserva il mondo con attenzione, in linea di massima senza grossi pregiudizi – e se ne ha, li conosce, perché ha scavato tanto dentro di sé, scovandoli in luoghi reconditi e, spesso, tenebrosi. Uno scrittore osserva per capire, perché capire è capirsi. Non va per la vita come alcuni, che son distratti dalla ricerca del prossimo svago. O che, semplicemente, in modo forse più sano del suo, vivono la propria vita, ché tanto lo sanno che il mondo lo si può cambiare soltanto nel proprio piccolo.

Lo scrittore no. Lo scrittore osserva e riflette, si scervella sulle brutture che vede e si chiede come può dare una mano, lui che non sa fare nulla, se non raccontare – quando va bene.

Così si ritrova intrappolato in quest’andare e venire, in questo tendere all’epilogo, ma pur sempre teso… sospeso tra l’inizio e la fine, perché è nel mezzo, se lo dice e se lo ripete, che sta la verità.

La verità. Di quale verità parlerà mai, ‘sto benedetto scrittore?

Be’, ha 53 anni, quindi lui lo sa qual è. È la sua. Nulla più.

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Come volevasi dimostrare, finito il capitolo campale – la cui imperfezione mi dà il voltastomaco (rimedierò con mille, future “occhiate”) – i miei piedi si son fatti crescere un paio d’ali.

Ora volo di scena in scena, frenato soltanto da qualche dettaglio minore o dalle sfaccettature dei personaggi, che d’un tratto m’appaiono carenti in questo o quell’aspetto… e quindi aspetto, mi fermo, penso e correggo.

Dettagli.

“Ah. Non ho detto questa cosa. Ma com’è possibile?” penso. “Il lettore deve saperla. È fondamentale!” Rifletto su come inserirla e mi rendo conto che è giusto così, che non dev’essere detta e che l’avevo già pensato.

Ciò a cui non avevo pensato erano le conseguenze di non dirla. Giusto è giusto, perché nel contesto quella cosa non si sa, né si potrebbe sapere; sarebbe una grossa incoerenza. Eh, certo, ma i personaggi mica sono degli oggetti inanimati. Pensano! Aggravante: vivono sulla propria pelle! E si sa, se le cose le vivi, non è che sei tanto incline a soprassedere su certi dettagli. Sono essenziali! Quantomeno ti lagni che non capisci, che ti sembra strano, che la cosa non quadra.

Se non quadra al personaggio, di conseguenza non quadra al lettore, che magari non ci aveva nemmeno pensato. Ma se sì, e s’era un po’ infastidito, quasi distratto, ti regala un altro po’ del suo tempo, riprende fiducia in te, che gli racconti la storia. “Ah, va bene. Lo sa che non quadra…”

Quindi, da bravo predicatore, mendi e ammendi, cerchi di fare in modo che tutte le pecorelle si sentano a proprio agio – pur se in tragedie si son ficcate – perché l’equilibrio con cui vanno per la storia è fondamentale.

Insomma, ti tocca prendere appunti. E gli appunti diventano note. E le note hanno questa fastidiosa tendenza a soffrire della Sindrome del Gremlin. Una goccia di sudore, che stilla dalla prima delle proverbiali sette camicie che lo scrittore indossa per portare a compimento la sua nuova fatica, e… pop!, ne spunta un’altra! E, nota dopo nota, decidi che necessiti di un documento dedicato che parli di tutte le cose che in quella parte del romanzo non si possono sapere, con la promessa che si sapranno.

Già. Al lettore gliele dirai tutte alla fine. Ma tutte tutte, eh. In fondo, è stato così gentile da arrivare a quel benedetto epilogo, per il quale ti sei teso così tanto che quando ci sei arrivato l’hai scritto in un soffio.

Va via così, l’epilogo. È un attimo.

E ti ritrovi lì, fermo, a osservarlo, pensando: “Ho finito? Ho davvero finito?” Tendi a non crederci, nonostante tu abbia già trascorso mesi a tendere a quel momento. Cosa ti aspettavi, che si dilatasse diventando una settimana?

Alla fine è un momento. Metti un altro punto e ti rendi conto che da lì in avanti non c’è più nulla. È finita.

Ah, no! Ti sbagli. Ricordi che quella era soltanto la prima stesura. Cosa vuoi che sia! È stato uno spasso. Adesso comincia il lavoro vero.

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Frattanto, nei recessi della mente…

“Senti, ti capisco. Eri così teso verso la fine”, ti dice la vocina alla Magnum P.I.

Cosa vuoi, adesso?

“Ti ricordi il documento dedicato alle cose che il lettore alla fine deve sapere… Quella lunga lista di punti…” Silenzio. Un brivido m’intirizzisce. “Ti ricordi, ora?”

Oh.

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