Conto io, non l’intelligenza artificiale

E se “io” va in minuscolo, “intelligenza artificiale” pure.

Illustration by Andrea D’Angelo – All Rights Reserved

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8 Agosto 2026

N on so cos’ho che non va, io. Qualcosa dev’essere. Ci dev’essere qualcosa che mi spinge sempre a fare di testa mia. Non sono affatto convinto sia un pregio. Vedo luci e ombre. A 54 anni, però, ormai mi sono rassegnato e mi lascio essere.

Quando cominciai a provarci con l’illustrazione, durante il Natale del 2021, non si riusciva ancora a prevedere quest’orizzonte totalizzante di MA – Mediocrità Artificiale, che sono anche le lettere iniziale e finale della corretta definizione di ciò che ormai innonda Internet.

Oggi, invece, coi tempi che corrono, sembro il classico Bastian Contrario. Sempre lì a remare controcorrente.

Sono cocciuto, forse per gli ottimisti caparbio.

Morale, m’incaponisco! Faccio quello che veramente pochi si metterebbero a fare alla mia età: disegno, leggo, studio le illustrazioni dei professionisti per capire, ingrandisco le pennellate, osservo la composizione… e mi ci metto con passione, perché l’idea è di imparare per poi fare da me.

Non faccio alcuna fatica*. Anzi, devo costringermi a limitare il tempo che gli dedico. Non ne ho di infinito.

(* La fatica la faccio a lavorare come professionista dell’Information Technology nel team ufficiale di Copilot nella mia multinazionale. Quello è faticoso, coi fanboy tutto il giorno a blaterare scemenze e i clienti interni che pensano l’IA metta ordine nel loro caos… Lasciamo perdere, che è meglio.)

Fare.

Amatorialmente, sì. Ottenendo risultati che sono nel 99% dei casi risibili rispetto al lavoro di un professionista. Le mie cover non vendono. Blablabla…

Tutto quello che volete, ma sono mie.

Ho disegnato io quelle cose.
(A parte quando faccio photo-bashing, va detto.)

Prendetemi in giro quanto volete, pensatene male quanto volete, ma a me inorgogliva la prima cover disegnata per “La Rocca dei Silenzi”; maldestra in mille cose, ma che conteneva qualcosa di vivo. C’era Andrea, lì dentro. L’Andrea che s’incaponiva, sì, ma anche che ci provava con genuina passione.

Così ancora oggi, mentre sembra che tutti – a parte quelli giustamente incazzati o avviliti – si dilettino con immagini di intelligenza artificiale, mi ritrovo un venerdì notte a disegnare fino alle cinque di mattina. (Avrei dovuto andare a dormire o, eventualmente, lavorare al mio prossimo romanzo. E invece…)

L’idea è quella di creare un’illustrazione degna della versione integrale de “Il giorno dopo”, che ho promesso ad alcuni miei lettori. Son talmente pochi, che non ce la faccio a dire di no.

Così ho un’idea, anche se non so come cambierà lungo il percorso – perché ho scoperto che cambiano sempre, le illustrazioni, strada facendo; sono come i testi e non restano mai ferme, finché non le inchiodi alla “tela”.

Al centro c’è un personaggio.
Non è affatto contento.
È furioso e prova un filo di disprezzo.
Drèmmler.

(Eh, lo so, amico mio…)

Faccio bozzetti. Non me ne piace nemmeno mezzo. Così decido che la prima cosa da fare è il volto. Ho questo pallino dei ritratti, di recente. Se il volto viene bene, espressivo, mi dico, ho già un bel pezzo d’illustrazione.

Allora guardo la foto che ho deciso di usare come referenza. Ha l’espressione giusta? Mm, non proprio. Quasi. Mi aiuta con le rughe d’espressione? Sì. Perfetto.

Cambierò qualcosa, naturalmente. Come sempre. Non mi piace copiare per copiare, replicare identico. Voglio che ci sia del mio. E voglio applicare quello che osservo, studio, ingrandisco…

Guardate, sarà una sciocchezza da dilettante, eppure io, quando “finisco” – non è finito, ma per ora mi fermo qui col volto – provo sempre l’orgoglio della prima illustrazione.

Sapete perché? Perché miglioro. Perché passettino dopo passettino mi avvicino all’Andrea illustratore che vorrei diventare. Sì, anche se non ho tempo da dedicare al disegno, quasi mai. (Dovrei smettere di scrivere i miei romanzi, tanto per cominciare.) Anche se non riuscirò mai a disegnare come veramente vorrei – di questo passo, temo sia così.

Ed è anche giusto così.

Se pensassi in modo diverso, cosa ne sarebbe dell’ammirazione e del rispetto che provo per gli illustratori professionisti?

Insomma, anche se!

Bisogna sempre dare il giusto peso all’esperienza – che non è né la tecnica né il talento. Sempre.

(Una cosa che nel mondo della scrittura, quello di cui ne so veramente qualcosa, manca quanto l’acqua nel deserto.)

Eppure, ve lo dico con franchezza, quello che mi dà disegnare è impossibile che me lo dia generare un’immagine con l’intelligenza artificiale. L’ho fatto. Io devo “toccare con mano” per giudicare. Sono fatto così.

Non è questione che le due esperienze siano incomparabili. È che non mi dà alcuna soddisfazione. Anzi, ingenera in me mille reazioni negative, ché sono abituato a osservare, studiare, ingrandire… le opere di illustratori in carne e ossa, io.

L’IA migliorerà? Fa già cose pazzesche?
Quello che volete. Non comincio nemmeno a discutere. Il punto è che siamo veramente in disaccordo sul senso, soprattutto.

L’IA come tecnologia ha un suo perché, ma questo modo di usarla va a detrimento di talmente tante altre cose inestimabili che non potrò mai essere d’accordo con voi.

Come potrei? Chi sono dipende da ciò che ho più amato in vita mia.

E le illustrazioni e chi illustra, così come i romanzi e chi li scrive, sono due delle tre cose che più mi hanno reso chi sono. La terza è la musica. E rientra perfettamente nel discorso.

Riassumo.
Il punto è che le fa “lei”. Non io.
E per me questa cosa fa tutta la differenza di questo decadente mondo.

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